“Per potere immortal sono legate da vicino o lontan, nascostamente, tutte le cose, sì che far tremare non puoi un fior senza turbare un astro” -Francis Thompson (1859-1907)
Il ricordo dell’ultimo porto che ho veduto, non è, ancora, un ricordo.
Pensavo lo sarebbe diventato, immantinente.
Invece un po’ di me se ne va.
Non c’è che da raccontarlo, patetica.
Non c’è che da lasciarsi tormentare dai brutti sogni, risvegli precisi
ad orari maledetti, ricordo d’un porto.
E, non lo rimembravo tanto deplorevole.
Priva perfino del breve coraggio di dedicare qualche verso ad un ritratto senza cornice,
in un tardo negare e reprimere, scongiurando la terribile eventualità di dover impiegare lungo tempo, di nuovo, ad inchiostrare pagine e pagine del pensiero dell’inafferrabile.
C’è chi lo direbbe con meno parole e più chiaramente, c’è chi si saprebbe far apprezzare maggiormente.
Certo, farsi apprezzare non è, decisamente, il nostro mestiere.
Non c’è considerazione più appropriata.
- Forse, un timido e straziato perchè, com'è d'obbligo in questi casi, grido sommesso.
Ché dire che non m'importa, o che questa volta non me lo meritavo o quant'altro, non vale a nulla.
Solo per dire che, comunque, io non so più dire. Nè altro.
E non ha nessuna rilevanza,
perchè anima e corpo avevo immolato
e me n'è tornata una mano vuota.
E allora, che rilevanza può avere
il saper dire
- o altro
dopo tanto traboccare.
Solo per dire che, comunque, io non so più dire.
Nè altro.
Heidelberg
Da tempo ormai io t’amo, e voglio con gioia
Chiamarti "madre", e farti dono d'un canto modesto
Tu, delle patrie città
La più bella, per quel c’ho veduto.
Come l'usignol di bosco alto sopra le vette volteggia,
Così spicca il volo, al di sopra della corrente che al tuo fianco riluce,
Leggiadro eppur possente, il ponte
D'uomini e carri risonante.
Com’inviato dagli dei, m’ammaliò allora quasi un sortilegio
Lì sul ponte, allorché passai oltre
E d'addentro alle colline
L'affascinante distanza rimirai
E il giovine, il fiume, si slanciava verso la piana
Lieto e mesto insieme, com’è il cuor allorché, per la troppa bellezza
Affogando piacevolmente
Nei flutti del tempo si va precipitando.
Fonti donasti al fuggiasco, e fresche le ombre; le sponde tutte lo videro
Andar via, fremette
Fuor dall'onde il loro amabile ritratto.
Ma cupo nella valle si stagliò, gigantesco,
Il fatale maniero, giù sino alle fondamenta,
Stracciato dall'intemperie;
Pur riversò il sole costante
L'eternante sua luce sul vecchio
Immane scenario, e d'attorno verdeggiò, vitale,
L'edera; selve ridenti
Stormirono tutt’attorno alla fortezza.
E cespugli fiorirono, sin dove, nella gaia vallata - adagiate alle colline, propizie alle sponde -
Le tue gioconde viuzze,
Tra giardini odorosi, si giacciono.
F. Hölderlin
La gente felice.
Quanto ci siamo detti d’invidiarla, in fondo.
C’è un ponte deserto
mi ricorda quel quadro rubato
su cui abbiamo progettato di girare il mondo in una fantasiosa tenda rossa e gialla.
Le stelle infinite e tutte le volte che abbiamo dato loro voce, favolistici, bambini – felici, di esserlo, che qualcuno, uno dei due, potesse esserlo.
E i cavalli, le mostre in quattro punti della cartina - bugiarda e distorta -, la casa del ladro, le montagne a forma di rana, le mie nuvole.
Il mare.
Il mare di notte che non ho veduto mai.
Telefonare ubriaca dalla riva del lago, chiedere se hai dimenticato, o se sarà davvero, la nostra grande, sottaciuta avventura.
Perché dietro ad ogni come stai?, dalle lunghe risposte, c’è il pensiero della tenda. Dietro ad ogni parola perdura il tacito accordo, la silente consapevolezza, come se stessimo sempre per aggiungere ancora un dettaglio al progetto e poi ci perdessimo, rimandassimo. Così fino a rimandare spesso, sempre, troppo. Ma senza smarrire la sensazione che ci sia ancora qualcosa da dire.
Non so perché incrocio, ho incrociato certe esistenze presenze assenze, persone.
Me lo chiedevo, chiusa fuori, seduta sulla scala, tolti dolorosi tacchi, vuoto come sempre, mi sento male, emaciata, preoccupata, rincorro una meta che scappa e che so non mi darà niente, più si avvicina più s’ingigantiscono i difetti, m’accorgo di come non sia quel che immaginavo. Di come le lacrime affiorino ugualmente troppo spesso e ci si sforzi di trattenerle, nonostante i risultati raccolti; è più difficile e meno soddisfacente, non altro che una piccola parte del prendermi cura di me, con altro immenso lavoro da svolgere.
Spazio per disegnare linee nell’aria.
Me lo chiedevo, perché.
Mentre infondo non c’è nessuno cui appellarsi, davvero. Solo io.
Dovrei imparare a chiamare me stessa.
E lavorare per me stessa è ciò che mi fa credere che non ci sia una ragione per cui portare a termine l’universa grande opera.
Cercando di non farsi anche altro male.
Finendo, per forza, nella logica del farlo e basta. Senza ragione. Come gli stupidi. – Ma non è questo che siamo?
È solo evidente che poi si starà un po’ meglio, per svariate ragioni.
E me lo chiedevo, perché
sulle scale
nel solingo buio
c’è una ragione per ogni cosa, e allora che diavolo ci faccio qui?
Questa volta è parso davvero inutile, irragionevole.
Sarà l’ormai consolidata
malsana
abitudine di svilire tutto,
defraudare qualunque fatto o proposito di un qualsiasi degno significato.
Di restare sola ad aspettare qualcosa di più.
Che non arriverà
e che non credo di meritare.
Forse anche la tenda, un giorno morrà.
L'Eternità
É ritrovata.
Che? - L'Eternità.
É il mare andato
Con il sole.
Anima sentinella,
Mormoriamo l'assenso
Della notte di niente
E del giorno di fuoco.
Dai suffragi umani,
Dai comuni slanci
Tu là ti liberi
E voli a seconda.
Poi che da voi sole,
Braci di raso,
Esala il Dovere
Senza che si dica: finalmente.
Là niente speranza,
Nessun orietur.
Scienza con pazienza,
Il supplizio è certo.
É ritrovata.
Che? - L'Eternità.
É il mare andato
Con il sole.
J. A. Rimbaud

Lineamenti onirici si confondono.
Come possono somigliarsi?
Il mio inconscio gioca con i frammenti disseminati sul campo del Tempo.
Quasi ogni città dice un nome, ogni nome è stato un mondo.
Per qualche istante.
E com'è difficile tenere a mente sempre, qual è il mondo che non si vorrebbe lasciar cadere e calpestare.
Questa volta, niente nuova genesi.
Questa volta, forse ci sarebbe voluto più impegno.
Più coscienza, del fatto che non c'è mai stata rinascita senza ferma volontà, e che aspettarsela come fosse una cosa prettamente necessaria, illudendosi di non dover compiere sforzo alcuno, è una follia.
Adesso che farai?
Disdegno, in superficie, anche l'acre conforto che mi si offre, in immense sinusoidi.
In una parte di conoscenza, in una disciplina ignota, in un nuovo Maestro - com'è bello, di nuovo.
Ammesso che davvero la conoscenza sollevi ancora i moti - le rivoluzioni? - una volta consueti.
Il più gravosamente crudele, però, è discernere l'acme del declino
proprio nell'aspettativa più dolce.
Perchè il primo concerto dei B******** doveva essere qualcosa di immenso.
E m'ha lasciato solo il gusto lacrimevole, d'una mediocre amarezza.
No.
Adesso non so, che mai potrò fare.